LA CHIESA DI SANTA MARIA DEGLI ANGIOLINI

La Chiesa di Santa Maria degli Angiolini

 

La storia della Chiesa

La Chiesa di Santa Maria degli Angiolini è un antico luogo di culto cristiano-cattolico, che fa parte del complesso monumentale della Fondazione Conservatorio Santa Maria degli Angeli.

Notizie circa la sua edificazione sono rinvenibili a partire dal 1509, anno in cui sei nobili pie donne fiorentine, che fondarono il monastero nel 1507, furono riconosciute all’interno del Terzo Ordine Domenicano da Papa Giulio II.

La chiesa fu ufficialmente consacrata nella seconda metà del XVI secolo, alla presenza del Vescovo della Diocesi di Cortona Mons. Matteo Concini, precisamente il 29 settembre 1571, giorno della festa di San Michele Arcangelo. Per questo motivo, da quel momento in poi, le suore domenicane furono anche soprannominate "di San Michele".

La chiesa vede al suo interno due importanti raffigurazioni di San Michele Arcangelo (princeps militiae caelestis), e questo a conforto della vicinanza delle suore al culto micaelico.

La storia ci racconta, che le suore domenicane ebbero momenti difficili da attraversare, come la peste del 1527-1528, la carestia e l’alluvione del 1530, e nel biennio 1529-1530 la messa a ferro e fuoco della città di Firenze da parte di Carlo V d’Asburgo per ristabilire a Firenze la Signoria della famiglia de’ Medici.

In quello stesso anno, avvennero nel monastero alcuni fatti miracolosi: nella Chiesa di Santa Maria degli Angiolini fu ritrovata una prodigiosa statuetta votiva della Madonna, la “Madonnina” in terracotta (tuttora posizionata all’interno di una piccola edicola scavata nel muro della parte sinistra della navata della chiesa) e, contestualmente, suor Camilla Buonaccorsi, un giorno prima della Battaglia di Gavinana (3 Agosto 1530), ebbe in premonizione sia la morte di Francesco Ferrucci, per mano di Fabrizio Maramaldo, sia quella in combattimento di Filiberto di Chalons, Principe d'Orange e Viceré del Regno di Napoli.

Tra il XVIII e il XIX sec. Pietro Leopoldo I d’Asburgo Lorena, Granduca di Toscana, secolarizzò il monastero, trasformandolo in un Conservatorio: per effetto di ciò, molti affreschi presenti all’interno della chiesa vennero scialbati, cioè ricoperti di uno strato di intonaco leggero ed alcuni stucchi di putti nudi coperti da elementi decorativi sovra dipinti, per dare alla stessa un aspetto di austerità e di maggiore pauperismo.

La chiesa fu gravemente danneggiata durante l’alluvione di Firenze nel 1966 e dopo quarant'anni, nel novembre del 2006, è stata riaperta a seguito di un importante restauro durato dieci anni.

La descrizione architettonica e storico-artistica

La struttura architettonica della chiesa cinquecentesca presenta di primo acchito delle evidenti particolarità strutturali ed edificatorie.

Esternamente la chiesa ha un campanile a vela risalente al 1594. Tale costruzione era riservata alle chiese parrocchiali per lo più di ridotta dimensione, in questo caso, invece, l’adozione di un simile campanile potrebbe avere una motivazione religiosa, ovvero evitare l’ostentazione di ricchezza e di potere. Il campanile è legato alla scansione del tempo liturgico e del tempo quotidiano, richiamo sonoro e visivo per l’intera comunità dei fedeli.

Il campanile prevede una struttura molto semplice e lineare, costituita da un muro isolato, elevato al di sopra della copertura della chiesa e traforato da due archetti entro i quali, di solito, sono istallate le campane.

La parte esterna della chiesa è costituita da una facciata a capanna, in cui si aprono sia il portale con una lunetta, originariamente (1836 circa) decorata da un affresco dell'Annunciazione, ad opera di Antonio Marini (1788-1861) sia un grande oculo sferico proteso verso la parte superiore della facciata stessa.

La chiesa è costituita da una pianta rettangolare o longitudinale ad aula unica, che genera un ambiente unitario. Secondo i canoni del Barocco, in fondo all’aula, il presbiterio è rialzato per tre ordini di motivi. Il doppio ordine di gradini, sia quelli che conducono al presbiterio sia i gradini su cui si trova poggiato l'altare barocco, adorno di marmi, decorazioni e pitture, ha una funzione divisoria di risalto, cioè divide l’area dell’aula in cui si raduna l’assemblea dei fedeli, dalla parte sacra del presbiterio, ove si celebrano i sacri riti cattolici. In questa divisione ritroviamo anche la motivazione di carattere teologico la quale evidenzia la maggiore importanza dei membri del clero, risiedenti nel presbiterio e che svolgono funzioni religiose ed eucaristiche, nei confronti del resto dell’assemblea dei fedeli astanti, che sono solo compartecipi dei riti celebrati. Infine, il doppio ordine di gradini ha carattere simbolico, vale a dire che essi evocano l’immagine di un altare eretto sopra un’altura, speculare all’immagine per cui “il Signore ha fondato Gerusalemme sulla Santa Montagna” (Salmi, 87, 1), podio privilegiato dell’alleanza ideale tra l’uomo e il cielo: qui il richiamo è al tempio e, quindi, all’altare che Salomone (2 Cronache 4,1) costruì sul monte Moria e prima di lui Davide, Re di Israele (2 Samuele 24,25).

Nel suo lato destro, la chiesa possiede un grande coro monastico, sostenuto da un’ampia volta ribassata, disposto sul lato superiore e con le grate aperte verso l’altare maggiore, attraverso le quali le monache avevano la possibilità di assistere alle celebrazioni religiose, mantenendo intatto il voto di clausura.

All’interno del coro, sono stati rinvenuti numerosi reliquiari, stalli lignei e statue bronzee, tra cui un “San Giovannino”, che faceva parte di una acquasantiera perduta e un “Crocifisso bronzeo” su una croce astile lignea, opere entrambe attribuite al Giambologna, pseudonimo di Jean de Boulogne (1529-1608).

Prima di accedere alla parte del presbiterio, sono presenti due altari laterali in stile Tardo-Manierista con alcuni elementi del Proto-Barocco in stile del Buontalenti, fatti costruire da due famiglie fiorentine: Tebaldi (in onore di San Domenico) e Gianfigliazzi (dedicato alla Madonna).

La decorazione interna della chiesa risale al momento di maggior splendore del monastero, ovvero verso la metà del Seicento.

All’interno della chiesa sono conservate alcune grandi pale d'altare dipinte dai maggiori maestri fiorentini dell'epoca a testimonianza della ricchezza e del prestigio raggiunti da questa istituzione religiosa a quel tempo.

Tra i grandi nomi si annoverano Francesco Curradi (1570-1661), autore di grande spiritualità ed espressione pittorica di conformità alla devozione e alla misura imposta dalla prassi tridentina, e Matteo Rosselli (1578-1650), caposcuola fiorentino della Pittura Controriformata, autori sia delle tele sugli altari laterali sia di quelle posizionate lungo entrambi i lati della navata e sopra il pronao (o nartece), e Giovanni Maria Ciocchi (1658-1725) autore dell'affresco “Gloria di San Michele Arcangelo” (1725), pittura murale della volta della navata.

Il restauro ha reso possibile il riaffiorare di decorazioni in stile Barocco di mensole, riquadri geometrici e quadrature prospettiche del pittore Francesco Sacconi e vasi di fiori finemente affrescati, cartigli, fregi, volute e ghirlande, opere settecentesche della cosiddetta “architettura d’illusione” dei pittori “quadraturisti”, che perfezionano lo scenario artistico, dalle tonalità verde, rosso e oro, su pareti di colore azzurro.

La pala dell’altare maggiore risale alla prima fondazione della chiesa, nel primo Cinquecento (1527 circa) ed è una straordinaria opera del primo Manierismo fiorentino attribuita a Domenico Puligo (1492-1527), con evidenti influenze di Jacopo da Pontormo (1494-1557) e, comunque, espressione del classicismo del primo cinquecento. La pala raffigura la “Presentazione della Vergine al Tempio”, evidente richiamo alla vita monacale: Maria, da adolescente, è ritratta al centro, tra due gruppi di Santi, mentre si volge indietro, commiato della vita laica, prima di salire il settimo gradino, che la porterà a passare la sua giovinezza in un monastero; qui è chiaro il riferimento al settimo anno di noviziato, anno decisivo in cui una ragazza confermava di consacrarsi alla vita religiosa, propria del monachesimo. Le Sante raffigurate nella scena sono Elena, Caterina da Siena e Lucia; i Santi sono Antonino Pierozzi, Tommaso d'Aquino e Vincenzo Ferrer, tutti appartenenti all’ordine domenicano. La pala fu commissionata da Jacopo Quaratesi, intorno al 1526-1527, dal momento che sua sorella Dianora faceva parte delle suore del Convento.

Ai lati dell'altare e nella sua parte superiore gli stucchi tardo-barocchi, realizzati successivamente al 1690, sono opera di Giovanni Battista Ciceri (fine sec. XVII – 1715). Si tratta di due formelle in stucco bianco dipinto e dorato (“Santa Rosa da Lima col Bambino Gesù”, “Santa Caterina da Siena”), un gruppo di due “Angiolini in stucco”, posizionati sul frontone dell’altare; una terza formella (“Teste di cherubini tra volute”) si trova nell’intradosso della volta, in posizione centrale.

La chiesa ha nel suo interno due importanti lapidi. La prima lastra tombale della famiglia Signoretti, posta nell’atrio, risale al 1600 e reca lo stemma araldico gentilizio della famiglia, composto da un leone rampante con clave e martello e una corona raggiata. La seconda, collocata al di sotto dell’altare, posizionata nell’ala destra della navata, fu realizzata nel 1623 per il Canonico di San Lorenzo Alessandro Berti, Cappellano del Cardinale de’ Medici e benefattore del monastero. Il suo lascito servì per decorare la chiesa e per commissionare i dipinti degli altari laterali “Arcangeli Michele e Gabriele” (1610 o 1616) di Francesco Curradi e “San Domenico che resuscita Napoleone Orsini, nipote del Cardinale di Fossanova” (1627) di Matteo Rosselli e le cinque lunette, disposte lungo il perimetro della chiesa, che si possono definire come un piccolo “ciclo di opere mariane” rappresentanti i “Misteri della Vergine” (“Lo sposalizio della Vergine”, “L’Annunciazione”, “L’Assunzione della Vergine”, “La Visitazione”, “L’immacolata Concezione”, tutte composte nel 1639 da Francesco Curradi).

La chiesa vede la presenza di un organo a canne, costruito nel 1793 ad opera dei maestri organari di Pistoia Luigi Tronci (1755-1803) e Benedetto Tronci (1756-1821), su uno strumento preesistente, costruito verso al fine del XVI sec. da Francesco Maria Galganetti, curatore degli strumenti musicali della famiglia de’ Medici in Palazzo Pitti. Tale organo è uno strumento pregevole, di indubbio valore storico-artistico, di tipica struttura settecentesca, costruito in parte con materiale tardo-rinascimentale. Un accurato ed attento restauro filologico, operato dal maestro organaro Riccardo Lorenzini, ha restituito le sonorità autentiche di tale organo, le cui parti foniche si sono conservate sino ai giorni nostri senza alterazioni significative, che ne avrebbero potuto compromettere l’intonazione, il temperamento e l’accordatura.

 

Prof. Simone Fagioli

Professore di Storia e Filosofia, perito d’arte ed esperto di antichità ed oggetti d’arte

Bibliografia

AA.VV., Santa Maria degli Angiolini a Firenze. Dieci anni di restauri=Ten years of restoration, Firenze, EDIFIR, 2006.

Conservatorio di Santa Maria degli Angiolini: restauro del coro delle monache e della sala della duchessa, a cura di F. Spadoni, P. Bongiovanni, M. Parma, s.l., s. n., 2006.

  1. Busia, Il barocco torna alla luce, articolo su Il Firenze, 22 novembre 2006, p. 41.
  2. Paatz, E. V. Paatz, Die Kirchen von Florenz, ein kunstgeschichtliches Handbuch, 3 voll., Frankfurt am Main, Verlag Vittorio Klostermann, 1952-55
  3. Bargellini, Ennio Guarnieri, Le strade di Firenze, 4 voll., Firenze, Bonechi, 1977-1978.

 

 

Prof. Simone Fagioli

Professore di Storia e Filosofia, perito d’arte ed esperto di antichità ed oggetti d’arte

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